Come cani (ubriachi) che si inseguono la coda. Intervista a Alan Poloni sul suo nuovo romanzo

Intervista a cura di Stefano Tevini per Brescia si legge

Jack Ebasta, poeta tormentato e refrattario alla vita pubblica. Malcom Chiarugi, cantautore playboy che sbarca il lunario scaricando gabinetti chimici. Palmiro, detto Il Palma, liutaio che ama alla follia le sue chitarre e la psichedelia, alle prese con la fine di una relazione che non riesce ad accettare. Questi tre adorabili losers, abitanti della Val Crodino (una ‘valle mentale’ ispirata in parte alla Valcamonica), sono i protagonisti di ‘L’uomo che rovinava i sabati’ (ed. Miraggi acquista qui), il secondo romanzo di Alan Poloni, classe 1973, ex insegnante ora titolare della Libreria Muratori, a Capriolo (www.libreriamuratori.it).

Poloni si conferma, dopo il suo primo lavoro ‘Dio se la caverà’ (ed. Neo Edizioni), uno scrittore ironico e brillante, autore di universi narrativi che vanno a comporre un romanzo come tanti piccoli rigagnoli si riversano in un torrente, con un’attenzione non tanto a un grande disegno di fondo quanto, piuttosto, alla forza espressiva della miriade di micro narrazioni che compongono i suoi libri.

Lo intervistiamo oggi per Brescia si Legge.

Alan Poloni, gestore della Liberia Muratori di Capriolo e scrittore

BSL: L’uomo che rovinava i sabati ha un equilibrio delle parti molto sui generis. Sembra che prende la rincorsa per la maggior parte delle sue pagine, approfondendo tantissimo i protagonisti, per poi lanciarsi in un breve accenno di trama strutturata che non sembra nemmeno avere troppa importanza. Ce ne vuoi parlare?

Alan: Ora che me lo fai notare, ho sempre amato l’umile incanto di rigagnoli e torrenti: chi direbbe che vanno a riempire letti imponenti? Mi piace intrecciare micronarrazioni, e probabilmente gli equilibri formali che si generano ricordano più quelli dei bacini idrografici che di un romanzo tradizionale.

José Saer diceva: “è a partire dall’organizzazione formale e non dal contenuto che un romanzo irradia il proprio senso”. Se dal Novecento in avanti il romanzo non può scindersi dalla sua forma, allora la forma del mio romanzo è decisamente informe. Non amo l’editing cartesiano e tutta la letteratura ortometrica che ne deriva: sono per la fantasia indiscriminata, l’unica risposta alla neutralizzazione della voce in atto da decenni.

Amo scrivere di e per qualcosa che urge: senza quest’incandescenza trovo inutile ogni operazione romanzesca. Mi rendo conto che si tratta di ambizione pura, ma il mio istinto mi tiene alla larga da quello che Celati chiama regime raziocinante. Il romanzesco non è il romanzo.

BSL: La Val Crodino è un posto molto particolare, una valle sperduta dove un pensiero autenticamente anarchico sembra aver attecchito profondamente in piena refrattarietà a ogni genere di conservatorismo. Quest’idea vuol essere un simbolo o rappresentare qualcosa?

Alan: Il microcosmo controculturale della Val Crodino è un’utopia, un non-luogo, ma col suo diritto di esistere: anche solo perché concepita da mente umana, la Val Crodino detiene un potenziale di realizzazione.

È una valle mentale (l’ho costruita unendo diversi luoghi reali, camuni e non), ma mi sono ispirato a località che presentano uno spirito simile a quello di questa valle immaginaria. L’amore incondizionato per una certa forma di musica, il disprezzo per l’invasamento tecnologico, l’innato senso di anticonformismo, la capacità di fermare il tempo, per fare degli esempi, li ho realmente incontrati in determinati luoghi, luoghi decentrati e in un certo modo ermetici al mondo e alle sue accelerazioni.

La montagna è luogo di resistenza da sempre, da Fra’ Dolcino, ben prima della seconda guerra mondiale, e se un partito politico proclamasse “useremo la rinascita della montagna come misura del nostro operare”, lo voterei immediatamente.

BSL: Jack, Malcom e Palmiro hanno una sorta di disagio, un’incapacità di trovare pace e di stare al mondo serenamente. Vuoi spiegarci meglio cosa li accomuna?

Alan: I tre personaggi inseguono o scappano da qualcosa, non è chiaro nemmeno a loro, a volte sembra la prima, a volte la seconda. È un serpente che si morde la coda? No, troppo aulico: il loro stemma araldico è un altro. Hai presente quei cani che si inseguono la coda? Ecco. Possibilmente ubriaco.

Per metterla giù un po’ più seria, vivono sospesi fra lo streben idealista, l’inquietudine pessoana e l’i can’t get no dei Rolling Stones. Vivono alla giornata, ma sono giornate di settanta ore, e se c’è un pensiero che li guida, è quello di quel filosofo che raccomandava di “uscire dallo spazio che su di noi hanno incurvato secoli e secoli di civiltà”.

La loro ricerca di varchi e fenditure non è sempre fruttuosa e il più delle volte rischiano di essere dei soccombenti, però in loro c’è sempre una sorta di plutonio che li rigenera.

BSL: L’uomo che rovinava i sabati ha alcuni temi ricorrenti. La musica, le donne, la psichedelia e altro ancora. Quanto ti appartengono? Quanto c’è del tuo modo di viverli nel tuo romanzo?

Alan: È un trittico degno di Keith Richards, non certo della mia autobiografia. Diciamo che le tribolazioni esistenziali di chiunque passano frequentemente per simili crocicchi.

Raccolgo vite e le racconto, spinto da domande del tipo: davvero possiamo dormire sonni più tranquilli senza LSD ma immersi nella realtà algoritmica & virtuale? Che poi, il mio romanzo non è un elogio alla psichedelia, è più sfaccettato e getta uno sguardo critico sull’argomento.

Più in generale, quando leggo e quando scrivo, mi piace vivere vite che non mi appartengono. Credo si tratti del surplus che la narrativa ha sempre offerto ai suoi fedeli. Per costruire questo romanzo sono partito da persone reali, incontri epifanici di questi ultimi anni, ne ho tratto dei personaggi e mi vi sono calato. Il mio modo di costruire un personaggio si serve di un alternatore: a volte, perché la vita interiore altrui non è sempre immaginabile, si innesca il “qui cosa farei io”, a volte invece il “qui cosa farebbe lui”. Non è una cosa pianificabile, l’alternatore va per i fatti suoi, ed è uno dei piaceri della scrittura. Se fosse tutto cartesiano, non scriverei. È il piacere di lasciarsi guidare dalla ricchezza della vena, senza censure alle fantasticazioni, rabdomanticamente. È un po’ come essere un minatore e trovarsi in un sottosuolo variegato: stai raccontando Jack, trovi del ferro ma non è quello che ti serve, allora molli la vena e ti rimetti a scavare finché non trovi il plutonio.

BSL: Nella tua vita hai fatto una scelta come minimo controcorrente. Dopo diciotto anni d’insegnamento hai deciso di rilevare una libreria e ricominciare da capo. Vuoi parlarci della tua scelta, della tua idea di libreria e del tuo modo di fare cultura attraverso di essa?

Alan: Insegnare fa parte di me, e talvolta in libreria mi capita di improvvisare lezioni. In tempi di deforestazione amazon-ica, la libreria che ho rilevato (la Libreria Muratori di Capriolo) è un presidio culturale in sé e per sé.

Sto ancora imparando un lavoro molto complesso e finora non ho avuto gran tempo per fare cultura da libreria postmoderna. Prima del Covid avevo dato vita a diversi cicli di incontri con autore e mi sarebbe piaciuto portare la libreria all’esterno, ad esempio nelle scuole e nelle associazioni, proponendo inviti alla lettura tematici. Avevo anche in mente un gruppo di lettura sui generis (Scuola Serale dei Vecchi Rancori) in cui avremmo riletto esclusivamente classici odiati a scuola, ma purtroppo, al momento, la contingenza tiene tutto sotto naftalina e amuchina.

Di fatto, mi sono reso conto che concentrarsi sulla funzione classica del libraio (consigliare, indirizzare e salvare lettori) è cultura allo stato puro.


Titolo: Luomo che rovinava i sabati
Autore: Alan Poloni
EditoreMiraggi Edizioni, 2020

Genere: Narrativa
Pagine: 352
Isbn: 9788833861616

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