L’avvilimento di un letterato invischiato nell’industria bresciana. Intervista a Alberto Albertini, autore del romanzo “La classe avversa”

Alberto Albertini

 

«Mi chiedo perché non ce ne andiamo tutti e cosa ci trattiene, cani alla catena in attesa del biscotto ricompensa degli ammaestratori, nel circolo vizioso di urla da una parte e paralisi dall’altra. Mi stupisce come siamo stati addomesticati bene, davanti a lui incassiamo zitti, accumuliamo veleno. Ci si abitua anche all’odore più ripugnante, dopo un po’ non lo si sente più. Ottieri diceva che chi sta fuori dalle fabbriche non ne capisce niente e chi è dentro è muto per opportunità. Le dittature ti riprogrammano»

Alberto Albertini, «La classe avversa» (Edizioni Hacca, 2020)

Intervista a cura della redazione di www.BresciaSiLegge.it

Un romanzo d’esordio segnalato dal Comitato di Lettura del Premio Calvino, da Fahrenheit (Radio3) e da “Per un pugno di libri”, non è cosa da tutti i giorni; specie per uno scrittore nato e cresciuto a Brescia, che ha ambientato il suo romanzo nel contesto della media industria della provincia bresciana.

Ci è però riuscito Alberto Albertini, dirigente di un’importante azienda della provincia ed animatore del festival Rinascimento Culturale, con il suo romanzo “La classe avversa” (Edizioni Hacca, 2020) che prende spunto della sua lunga frequentazione (da insider) del sistema industriale bresciano. Un romanzo, quello uscito in libreria “nell’anniversario della morte di Adriano Olivetti”, che si iscrive nel solco della tradizione della letteratura industriale e che ha per protagonista un uomo di lettere alle prese con le frustrazioni e con le crisi esistenziali che la vita nell’azienda di proprietà della sua famiglia, azienda alle prese con un traumatico passaggio generazionale e culturale, gli provocano.

Abbiamo parlato con Alberto Albertini del suo romanzo ‘La classe avversa’ e del punto di vista privilegiato che l’ha portato a raccontare il mondo industriale bresciano dall’interno mettendone in luce difficoltà e debolezze. Ma abbiamo anche approfittato del suo sguardo, consapevole e spietato, per riflettere sulla solitudine dell’uomo di lettere nel sistema produttivo bresciano, e sulle prospettive (complicate) della scena letteraria e culturale della nostra provincia: una provincia in cui, per dirla con le parole di Albertini, “la cultura è ancora spesso considerata una colpa, una perdita di tempo, un disvalore”.

D: Di cosa parla il romanzo “La classe avversa” di Alberto Albertini?

“La classe avversa” racconta, dall’interno di una fabbrica e dal punto di vista del figlio del padrone, il disfacimento di un modello imprenditoriale, la parabola del capitalismo familiare. La “classe avversa”, i peggiori nemici dei proprietari dell’industria, sono gli imprenditori famigliari stessi: nemici di sé stessi perché non sanno leggere i cambiamenti e credono di poter applicare logiche consolidate in un contesto che è profondamente cambiato. Questo anche in virtù di un pregiudizio autoreferenziale e dell’abitudine ad esercitare un potere assolutista che, avendo dato un’identità alla loro vita, non riescono ad abbandonare”.

D: Come nasce il romanzo d’esordio ‘La classe avversa’? Quale elemento di novità porta?

Il romanzo nasce in buona parte dalla mia dalla mia esperienza personale, visto che è da 34 anni che sono in azienda. Mi sono laureato tardi, in Lettere, perché questa era sempre stata la mia passione; e qui, grazie al professor Giuseppe Lupo (che insegna alla Cattolica), ho scoperto la letteratura industriale, cioè che quello che io prima ritenevo un ossimoro (“letteratura” e “industria”) non è necessariamente tale e che anzi il letterato, l’intellettuale, può essere capace di guardare l’industria con un occhio nuovo o diverso.

Il mondo dell’industria contemporanea non è molto raccontato; e spesso, chi ne parla, lo fa da fuori, con un tono giornalistico, magari senza sapere cosa c’è veramente dietro. Ho quindi deciso di utilizzare la mia esperienza diretta, visto che nell’industria ci vivo da decenni, per raccontare ciò che succede da dentro; e nel farlo ho potuto portare anche un punto di vista anomalo, e cioè quello del padrone. Credo di essere abbastanza unico, in questo; questa è un po’ la mia unica punta di presunzione… parlare dell’industria dall’interno, dopo una lunga frequentazione, e portare il punto di vista del padrone: padrone che ha anche lui qualcosa da dire, un punto di vista da raccontare. Solo che normalmente il padrone non è per nulla loquace, motivo per cui La classe avversa porta secondo me un elemento di novità.

D: Uno dei temi affrontati dal libro è quello, annoso, del passaggio generazionale all’interno delle aziende. L’idea che l’imprenditore debba tramandare la gestione dell’azienda alla generazione successiva per linea dinastica sembra stridere un po’ con la complessità crescente con cui le organizzazioni si devono oggi confrontare: il figlio dell’imprenditore, in questo senso, può avere background, capacità o esperienze diverse, in un certo senso non all’altezza. Allo stesso tempo, però, l’abnegazione e l’identificazione del “proprietario” con la sua azienda (e magari anche con la comunità che vi sta attorno) può rappresentare forse un valore anche al giorno d’oggi, facendo da freno a certe derive. Come si inserisce il suo romanzo in questa riflessione?

Sicuramente quello del cosiddetto passaggio generazionale è un tema molto attuale, e non sono pochi i casi di figli che non sono in grado di prendere il controllo dell’azienda o comunque i casi in cui questo passaggio non riesce. Questo è effettivamente uno dei temi fondamentali del romanzo: anche in questo caso si tratta di un tema che non è stato spesso affrontato dall’interno, e che invece io racconto per esperienza diretta mettendo in luce tutti i drammi.

«Quando mio padre ricorda il miglior merlo da richiamo che abbia mai avuto, è raggiante. Chioccolava per ore, a testa in giù, aggrappato con gli artigli alle grate della gabbia non appena, prima dell’alba, la appendeva sopra il ‘secco’, l’albero senza foglie della posta di caccia. Gridava di rabbia mentre scuoteva le sbarre, recluso nello spazio di una scatola di scarpe dopo essere stato catturato tra le reti di un roccolo. O forse cantava rassegnato la nostalgia per il mondo che intravedeva ma non poteva avere, come Leopardi dalla sua camera di Recanati. Quel merlo sono anch’io»

Alberto Albertini, «La classe avversa» (Edizioni Hacca, 2020)
D: Il protagonista del romanzo, “Il Poeta”, figlio ed erede di uno dei proprietari dell’azienda. Un uomo che, trascinato dal senso del dovere e anche dal “mito olivettiano”, soffoca le sue ambizioni e la sua vocazione per le lettere dedicandosi all’azienda nella quale, però, non riesce né a realizzarsi né a trovare un suo posto.

Nel mondo delle industrie c’è il “dramma” di tanti giovani, rappresentanti di seconde e terze generazioni. Questi “figli” crescono in ambienti chiusi, ereditano il calvinismo di valori etici e di attitudine al sacrificio ma poi non riescono ad affiancarlo a un adeguato percorso di crescita personale, di confronto con l’esterno, di formazione professionale e di verifica delle capacità. E tra questi ve ne sono molti che manifestano talenti e attitudini diverse e nemmeno nominabili, come – nel caso del romanzo – quello per le Lettere. Talenti innominabili e non perseguibili perché ciò che conta è solo la sopravvivenza dell’azienda e il suo tramandarsi attraverso le generazioni, a dispetto delle vocazioni.

D: In una precedente intervista lei ha dichiarato, prendendo spunto dal protagonista del romanzo, che “chi ha obiettivi diversi dalla dedizione assoluta all’azienda o chi coltiva una pericolosa passione per le lettere viene considerato in azienda un anti-eroe”.

Anche in questo mi permetto di dire di aver raccontato l’industria bresciana come mai nessun altro aveva fatto, in modo anche spietato… è innegabile che, da queste parti, la cultura sia considerata spesso come un disvalore, come una perdita di tempo e come una cosa pericolosa, ed io questo l’ho detto e l’ho detto in modo molto tranchant nel mio romanzo avendolo vissuto sulla mia pelle. In questo romanzo c’è molta verità perché c’è anche molta biografia.

D: Alberto Albertini è molte cose: manager, comunicatore, docente di marketing e fondatore della rassegna Rinascimento Culturale. Dai suoi osservatori privilegiati, come considera lo stato di salute della nostra provincia da un punto di vista culturale? Noi che abbiamo lanciato il progetto Brescia si legge, partiamo spesso da una considerazione semplice, oggettiva: che la nostra provincia ha un numero di scrittori “che ce l’hanno fatta” incredibilmente basso, se rapportato alla popolazione.

In provincia gli scrittori sono senz’altro pochi, e quelli “che ce l’hanno fatta” sono spesso emigrati o sono avulsi dalla città (con le dovute eccezioni, ovviamente). Mi sembra comunque che “scrittore bresciano” sia anch’esso un ossimoro: un bresciano che è scrittore è già una mosca bianca, e senz’altro non ha vita facile. Anche perché anche dall’esterno, se uno pensa a Brescia, non pensa certo alla cultura… scontiamo quindi anche il fatto che, da Brescia, uno si attende l’imprenditore, l’artigiano. “Che cos’ha da dire un bresciano come scrittore?”, si dicono. Ecco, forse io che parlo di lavoro sono stato facilitato, nel senso che il bresciano che parla di lavoro e di industria lo si riesce a inquadrare un po’ meglio. Ma se il bresciano scrive di qualcos’altro, sembra quasi una cosa contronatura…

Temo anche che sia difficile che Brescia favorisca la nascita di scrittori, e lo dico con una punta di rammarico perché io ho lottato e ho fatto il dr. Jeckill e mr. Hyde per 35 anni per pubblicare, perché qui se scrivi vuol dire che hai tempo da perdere. Dunque sarà dura, che a Brescia nascano tanti scrittori; a meno che non ci siano storie sofferte come la mia, e allora se si riesce a mettere queste storie sofferte dentro al romanzo è possibile che ne possa venir fuori qualcosa di interessante e credibile.


Autore
Alberto Albertini
Casa editrice
Edizioni Hacca
Anno
2020
Genere
Narrativa
Pagine
347
ISBN
9788898983476

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