“Il tempo del lago”: il Garda come approdo dell’anima e palestra dello sguardo, nel romanzo di Carlo Simoni

Recensione di Francesca Scotti per Brescia si legge

Talvolta è necessario andarsene per poter un giorno ritornare e, ritornando, trovare veramente se stessi. Proprio come accade all’anziano fotografo Remo, quando si decide a ritornare nel luogo che gli ha dato i natali e in cui ha vissuto sino alla prima giovinezza: il lago di Garda. Questo ritorno sarà infatti il pretesto per ricucire il rapporto a lungo interrotto con un luogo che si rende conto di non aver mai guardato con occhi attenti, in un dialogo con il paesaggio che diventa dialogo con il proprio io e che permette di esplorare nuovi orizzonti di pensiero.

Le riflessioni di Remo e il suo rapporto con il Garda sono i veri protagonisti del libro “Il tempo del lago” (LiberEdizioni 2021 – acquista qui), nuovo romanzo dello scrittore bresciano Carlo Simoni. Un libro raffinato, poetico e disincantato, le cui pagine non promettono una lettura divagante, bensì un’immersione totale nelle rapide di pensieri, ricordi e prese di coscienza del protagonista. Un romanzo profondo, che apre la mente e che disvela ai lettori nuovi significati dei verbi “guardare” e “fotografare”.

Sullo sfondo e tutt’attorno, un Garda non descritto nelle sue principali attrattive, nei suoi scorci più celebri e nei suoi angoli più frequentati e turistici, bensì nella sua anima di elemento naturale e di luogo geografico che ha la pazienza e il silenzio eloquente di una persona rimasta ad aspettarci. Non il Garda delle brochure e dei siti web di vacanze, quindi, ma il Garda tridimensionale di chi lo vive, di chi ci è stato e di chi vorrà esserci. Perché, nel suo eterno mutare a ogni refolo di vento e raggio d’alba, il lago è anche un custode del tempo: di un tempo che è memoria del paesaggio, ma anche dell’esistenza di tutti coloro che vi si sono specchiati.

Tutto inizia con un ritorno

Di un guardare determinato si trattava in questo caso: del guardare il lago. Questo lago. […] Questo era il passaggio essenziale che in qualche modo, non sapevo ancora quale, sentivo coinvolgere anche me. Seguire questo filo mi ha portato a riflettere sul fatto che se mio padre non aveva opposto divieti o minacce alla mia decisione di mollare la scuola e andarmene a Milano, non era stato solo perché ben altro lo preoccupava in quel momento, ma anche perché aveva riconosciuto in me l’aspirazione a rompere con la propria condizione, l’energia necessaria per vedere le cose da un diverso punto di vista, la determinazione a cercare altrove di realizzare quello che non importa se confusamente si desidera. Un altrove che lui non aveva avuto bisogno di cercare lontano; che per me era essenziale fosse distante. Dal lago.

Carlo Simoni, “Il tempo del lago”, p. 55

Il sessantenne Remo ritorna dopo anni sul lago di Garda, il luogo natale che ha abbandonato per Milano nella prima giovinezza. A incontrarlo ci sono il fratello Piero e la sorella Amelia, figli del secondo matrimonio del padre ormai defunto e gestori dell’albergo Miralago. Lo accompagna Aurélie, una gallerista d’arte di trent’anni più giovane che ha conosciuto grazie al suo lavoro di fotografo.

Ciò che si propone inizialmente come una tranquilla vacanza all’insegna di tuffi, scatti fotografici e rispolverate di ricordi familiari, si rivela tuttavia molto di più. Ben presto, infatti, Remo si ritrova a fare un bilancio della propria vita, della propria professione di fotografo e dei propri affetti. In un’età dell’esistenza in cui anche gli ultimi amori si dileguano, il lago di Garda diviene per lui non solo l’antico luogo di casa o un qualunque posto a cui non si riserva che un effimero ritorno, ma un autentico approdo dell’anima.

E sarà proprio il Garda, insieme ai paesi della riviera e dell’alto lago in cui hanno vissuto i genitori e i nonni, a insegnargli tutto quanto credeva di sapere già, senza averlo mai realmente afferrato, riguardo al guardare e al fotografare. Ciò lo porterà ad acquisire una nuova concezione di se stesso, che solo i posti che l’hanno visto crescere e che l’hanno lasciato libero di andarsene si dimostreranno capaci di dischiudergli.

Guardare in profondità e fotografare la memoria

Guardare il lago non è solo vederlo, per quel che è oggi, per quel che oggi è diventato. È immaginare anche quello che forse sarà.

[…] Torno allora a guardare. Senza cercare niente. Aspettando se mai. Aspettando il momento che mi lasci intravedere lo scorrere del grande fiume nel lago che ogni giorno mi sembra di ritrovare uguale davanti a me. Aspetto, come avessi il ricordo di aver potuto vedere, anche se per poco, quello scorrere e quello stare come fossero una condizione dell’altro. Al punto, anzi, di non poter distinguere l’uno dall’altro.

Carlo Simoni, “Il tempo del lago”, p. 120

In un’era nella quale scattare fotografie con il proprio cellulare è ormai un rito compulsivo e quasi una convenzione sociale, tendiamo a immortalare ciò che già vediamo in brochure e dépliant, ciò che ammicca dalle locandine delle agenzie di viaggio e che troviamo, a portata di click, sui siti web turistici o anche solo scorrendo gli archivi di Google. Fotografiamo per poter dimostrare che ci siamo stati, che abbiamo visto una tale attrazione dal vivo, che eravamo in un dato posto in un dato momento e con determinate persone.

Che ne è allora del guardare? È ridotto a una pura ammirazione subito mozzata da uno scatto necessario, senza il quale ci sembrerebbe di non aver vissuto nulla, perché nessuno sa che siamo stati in un dato luogo e pertanto, se nessuno sa, nell’era dei social media è come se non fosse mai accaduto?

È proprio sul senso del guardare e del fotografare che si interroga Remo, mentre rivisita posti che, racchiusi nella cornice del lago di Garda, lo spronano a un tenace confronto con se stesso, oltre che con la memoria della sua famiglia e dei luoghi che essa ha abitato e abita. Guardare non è vedere, né posare gli occhi con superficialità, ma nemmeno è fermarsi all’aspetto presente delle cose: guardare è voler abbracciare ciò che si guarda nella sua totalità, nel suo passato e presente, immaginando al contempo ciò che sarà in futuro.

Perciò, anche quando si scatta una fotografia, come se volessimo fermare il tempo e intrappolare il soggetto nel suo stato presente, dovremmo scattarla in modo tale da instillare in chi guarda il desiderio di considerare tale soggetto da tutti i punti di vista. Così, anche un lago cessa di essere unicamente un lago, ma diviene, come tutte le cose, un’entità che dispone di una propria memoria, arricchita dai ricordi di tutti quelli che vi hanno vissuto e che ancora ci vivono.

Ed ecco allora l’invito del breve ma fortemente intenso romanzo di Simoni: quello di oltrepassare i confini del mero vedere e di imparare a guardare veramente ciò in cui siamo immersi. È l’inizio di un lungo cammino per imparare a guardare, senza remore e con assoluta sincerità, dentro noi stessi, riallacciando i rapporti con il passato, perdonando il presente e capendo che il futuro dipende da ogni prezioso attimo dell’oggi.

«Scrivere è una solitudine finalmente abitata»

Carlo Simoni è nato a Brescia nel 1949. Storico della cultura materiale, è autore sia di narrativa che di saggistica. Ha pubblicato, fra i tanti altri, romanzi che ricostruiscono figure e paesaggi del lavoro fra Settecento e Ottocento – “L’orizzonte del lago”, “I tempi del mondo”, “Il segreto dell’arte” (Cierre Edizioni, 2010 e 2012) – e che spesso incrociano le vicende di scrittori e artisti – da Goethe e Klimt (“L’ombra dei grandi”, LiberEdizioni, 2006) a Thomas Mann (“L’incompleto conoscersi”, LiberEdizioni, 2016) – restituendone aspetti inediti e offrendo pregnanti e attuali spunti di riflessione.

Con Castelvecchi Editore, ha dato alle stampe due romanzi di particolare interesse: “Il miserabile” (2018), in cui compare Walter Benjamin, e “Quei monti azzurri” (2019), incentrato sulla figura di Giacomo Leopardi.

Il lago di Garda, la sua riviera e i suoi comuni sono per Simoni luoghi dell’anima a cui torna ripetutamente in cerca di un ritiro benefico che non è mai fuga, ma ricettacolo di riflessioni profonde che fa confluire con eleganza ed esattezza nelle sue opere.

È di sua penna una splendida e illuminante definizione dello scrivere: «Occorre lasciare la città per scrivere, non allontanarsene tanto da non veder vivere gli altri. Scrivere è una solitudine finalmente abitata. La casa dove non inviti nessuno ma a nessuno vieti d’entrare. L’isola che un istmo lega alla costa».


Titolo: Il tempo del lago
Autore: Carlo Simoni
Editore: LiberEdizioni, 2021

Genere: Romanzo
Pagine: 128
ISBN: 9791280148155

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Francesca Scotti

Classe 1991. Cresciuta in Franciacorta, vive a Brescia, sua città natale. Ha studiato letteratura inglese e tedesca, laureandosi con una tesi sui rapporti fra la cultura tedesca e il nazionalsocialismo. Legge e scrive per vivere. È autrice della silloge di racconti “La memoria della cenere” (Morellini, 2016) e dei romanzi “Figli della Lupa” (Edikit, 2018) e “Vento porpora” (Edikit, 2020). Anima folk-rock alla perenne ricerca di storie della resistenza bresciana, si trova maggiormente a suo agio tra le parole dei libri e sui sentieri di montagna.

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